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Lavorare con l’intelligenza artificiale è un rischio o un’opportunità?


Sembra ieri quando parlavamo di Intelligenza Artificiale come qualcosa di prossimo eppure ancora lontano. Un’opportunità (o una minaccia) che si affacciava sul futuro, ma che nel presente offriva pochi strumenti davvero utili.

Uscivano i primi articoli su ChatGPT, DALL-E, sui primi tool di AI generativa che lasciavano immaginare cosa potesse succedere.

E poi in un attimo, eccola ovunque. Sembra ieri perché, nel grande schema dell’evoluzione umana, era davvero un attimo fa.

Pensare a quanto sia cambiata, cresciuta, migliorata l’Intelligenza Artificiale in così poco tempo fa davvero effetto. E dovrebbe farci capire come i grandi cambiamenti che accompagneranno la sua venuta non sono più una questione di futuro, ma di presente.

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La rivoluzione AI, tra opportunità di business e rischi sociali

Il momento storico in cui ci troviamo è stato (a ragione) paragonato a quello iniziale delle precedenti Rivoluzioni Industriali – siamo alla base di una curva ripidissima di avanzamento tecnologico, cambiamenti sociologici e negli stili di vita, e rimescolamento degli equilibri lavorativi.

Solo che questa volta lo scossone non impatterà maggiormente sui lavoratori meno specializzati, ma proprio da quell’industria creativa e del lavoro immateriale che è stata il traino delle nostre economie negli ultimi decenni.

Paradossalmente si tratta proprio di quei lavori che già erano più incerti e meno tutelati, il che rischia di alimentare ancora di più le disuguaglianze esistenti.

Siamo sull’orlo di una rivoluzione tecnologica che potrebbe far decollare la produttività, sospingere la crescita globale e far aumentare gli stipendi in tutto il mondo. Eppure potrebbe anche sostituire i lavoratori e aumentare le differenze sociali” – inizia così l’articolo di IMF, il Fondo Monetario Internazionale, che presenta i risultati di uno studio pubblicato a inizio anno su questo tema: “Gen-AI: Artificial Intelligence and the future of work”.

I principali risultati dello studio fanno emergere come l’esposizione del mondo del lavoro all’AI sia sì globale, ma anche molto diversa tra Paesi a livello di impatto.

  • Circa il 40% dell’occupazione globale è esposta all’AI. Questo include sia la sostituzione di lavori esistenti sia il complemento al lavoro umano, con un impatto significativo su lavori ad alta qualifica.
  • Le economie avanzate sono a rischio maggiore, con circa il 60% dei lavori potenzialmente influenzati dall’AI. Questo si traduce in opportunità di aumentare la produttività, ma anche in rischi di riduzione della domanda di lavoro, calo dei salari e, in alcuni casi, scomparsa di posti di lavoro.
  • Le economie emergenti e in via di sviluppo mostrano una minore esposizione immediata all’AI, ma questo non è necessariamente un dato positivo per i lavoratori: mancando dell’infrastruttura e delle competenze per sfruttarne appieno i benefici, questi Paesi rischiano di restare indietro nel panorama internazionale, portando a un aumento delle disuguaglianze globali.
  • Non va molto meglio all’interno dei Paesi più sviluppati. L’AI infatti tenderà ad accentuare le disuguaglianze di reddito e ricchezza all’interno delle singole economie, polarizzando ulteriormente i guadagni tra chi può sfruttare l’AI e chi ne viene escluso.

Un mondo del lavoro sempre più polarizzato

In generale quello che emerge, e da cui l’IMF ci mette in guardia, è la polarizzazione del lavoro che l’AI porterà: da una parte i benefici in termini di produttività e di crescita per certi settori sono enormi, ma dall’altra quegli stessi benefici rischiano di riguardare solo una piccola fetta di popolazione, in particolare quelli ad “alta esposizione all’AI e alta complementarietà“.

La maggior parte delle posizioni lavorative delle economie avanzate, invece, è rappresentato da lavori ad “alta esposizione ma bassa complementarietà“.

Questa categoria include lavori che sono altamente esposti all’AI, ovvero che quest’ultima ha il potenziale per automatizzare o sostituire significative parti di queste attività lavorative. La “bassa complementarità” indica infatti che l’AI non si integra bene con le attività umane, ma piuttosto le sostituisce.

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Verrebbe da pensare che i lavori in questa categoria tendano a essere quelli con compiti ripetitivi e prevedibili, che possono essere facilmente automatizzati dall’AI.

Ma in verità anche i lavori più complessi, creativi, che necessitano di giudizio critico e di alta formazione, sono alla mercé dell’intelligenza artificiale: design, scrittura, programmazione, e molte altre attività del genere saranno quelle più impattate.

Se questi ruoli non vedranno una vera e propria sostituzione, il rischio è comunque quello di essere ridotti a numeri minimi, “integrati” da una macchina che però in realtà non può dare il livello richiesto di autenticità, correttezza, validazione dei risultati che un umano darebbe.

Pensiamo alla scrittura e al giornalismo in particolare: in un settore già devastato dal fenomeno delle fake news intenzionali, l’AI introduce un pericoloso aumento di quelle non intenzionali, dovute semplicemente alla natura potenzialmente fallace dell’analisi fatta dall’IA e dalla difficoltà di verificarne i risultati.

L’altro rischio eclatante è quello dell’aumento del gap salariale: se per i lavoratori di altissimo livello gerarchico l’AI rappresenterà un’occasione per aumentare il proprio income e ridurre i tempi necessari per il lavoro, in tutta la fascia media il rischio è quello di una riduzione salariale dovuta al fatto che i compiti diventano meno intensivi a livello di tempi (anche quando questa fosse solo una percezione) e una diminuzione del valore percepito dei risultati apportati dagli umani.

Un mondo sempre più svantaggioso per le economie più deboli

Questi aspetti microscopici si traducono in disuguaglianze ancora maggiori a livello macro: sempre secondo il report, in una scala di “preparazione all’avvento dell’AI” le economie sviluppate, già avvantaggiate dalle innovazioni precedenti, sono quelle che trarranno i maggiori benefici, mentre quelle emergenti (EMs) e quelle meno sviluppate (LICs) rimarranno ulteriormente indietro.

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Anche all’interno della stessa categoria tuttavia, come le AE (Advanced Economies), ci sono grandi differenze, e l’Intelligenza Artificiale rischia di aumentare il divario sociale interno tra quella fascia (sempre più piccola) di popolazione ricca, e la maggioranza della popolazione che vede il suo potere economico ridursi già da qualche anno a causa di inflazione e altri fattori.

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Le soluzioni che non possono tardare

Non sarà certo uno scenario apocalittico alla Skynet di Terminator, quindi, il vero problema portato dall’AI nel prossimo futuro (che è già presente).

Ma come difenderci da tutto questo?

I tentativi di bloccare l’avanzata dell’Intelligenza artificiale sono ovviamente fallimentari, come dimostrato dal Garante per la protezione della Privacy che nel 2023 aveva bloccato l’accesso degli italiani a ChatGPT scatenando enorme malcontento e una corsa collettiva alle VPN.

Siamo in uno stadio decisamente troppo avanzato per pensare di poter rimettere il genio nella lampada, ormai.

L’AI è qui per restare, e noi dovremo adattarci alla sua venuta tanto velocemente quanto lei si sta adattando a noi.

Se per i mercati emergenti la priorità dovrebbe essere la creazione di solide fondamenta attraverso investimenti in infrastrutture digitali e in una forza lavoro competente dal punto di vista digitale, per non essere lasciati ulteriormente indietro, “le economie avanzate dovrebbero dare priorità all’innovazione e all’integrazione dell’IA, sviluppando al contempo solidi quadri normativi.

Questo approccio favorirà la creazione di un ambiente sicuro e responsabile per l’IA, contribuendo a mantenere la fiducia del pubblico”, secondo il report IMF. Ma cosa significa nel concreto? Che non dobbiamo investire in questa corsa all’innovazione tecnologica quanto piuttosto nel suo contrario, o meglio nell’innovazione sociale.

Temi di cui si dovrebbe iniziare a parlare con più serietà (ma che a dirla tutta avrebbero bisogno anche di un contemporaneo lavoro di crescita culturale e sociale per funzionare) sono:

  • Introdurre un Reddito di Base Universale (UBI) per fornire una rete di sicurezza finanziaria a tutti i cittadini, indipendentemente dallo stato lavorativo. Un sistema del genere è già utilizzato in alcuni Paesi e ha solide basi sulle quali potrebbe e dovrebbe funzionare, ma bisogna al contempo implementare soluzioni serie per accrescere il prossimo punto.
  • Investire in programmi di formazione e riqualificazione per aiutare i lavoratori ad adattarsi alle nuove esigenze del mercato del lavoro, soprattutto le vecchie generazioni ma anche i lavoratori meno tutelati (Partite IVA, contratti temporanei, ecc.).
  • Implementare una tassazione specifica su AI e automazione che serva non tanto a contenere il fenomeno, quanto piuttosto per finanziare i programmi di welfare e formazione di cui sopra. Un sistema di tassazione efficace potrebbe anche ridistribuire quella ricchezza che si sposta in maniera sostanziale verso gli ambiti di applicazione dell’AI, e spianare il campo competitivo che invece diventa insostenibilmente costoso per quei professionisti/piccole aziende che non hanno le risorse per un uso intensivo dell’IA.
  • Sviluppare politiche per sostenere la gig economy e il lavoro flessibile, offrendo maggiore sicurezza e protezione ai lavoratori autonomi. È necessario sempre più estendere i benefici tradizionalmente associati al lavoro dipendente, come l’assicurazione sanitaria, la pensione e l’assicurazione contro la disoccupazione, alle categorie di lavoratori che finora non ne usufruiscono. Servono fondi mutualistici, piani di assicurazione privati o programmi governativi, incentivi per l’imprenditorialità, e in generale tutto un’insieme di politiche innovative che lavorino in questa direzione.
  • Infine, c’è bisogno di creare incentivi per le aziende che sviluppano e implementano l’AI in modo responsabile, promuovendo la creazione di posti di lavoro e la sostenibilità economica, perché è possibile che tutto questo avvenga, ma va incentivato attivamente.

L’intelligenza artificiale non è un male o un bene assoluto, ma uno strumento che prenderà la forma del mondo da cui attinge. Il nostro.

Un mondo di crescenti diseguaglianze, di disparità sociale, di lavoro incerto, di una cultura del lavoro basata sullo sfruttamento miope delle risorse (umane e non), non potrà che favorire la crescita di un’AI pericolosa.

Non diventerà una creatura senziente che deciderà di ucciderci tutti e sostituirci con droidi umanoidi, ma paradossalmente lo scenario tracciato dall’IMF fa quasi più paura, perché è realistico: servirà la collaborazione di tutti, basata in primis sulla consapevolezza dei rischi a fronte dei potenziali benefici, per riuscire a creare un futuro del lavoro umano complementare a quello dell’AI.



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