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Intervista ad Abran Maldonado, OpenAI ambassador


Il suo obiettivo è ridurre il divario tecnologico nelle comunità meno servite attraverso l’educazione e l’empowerment

L’intelligenza artificiale sta avendo un impatto travolgente sulla società odierna e l’AI Week ne è la
prova vivente
”: con queste parole Giacinto Fiore, co-founder di IA Spiegata Semplice e co-
organizzatore della manifestazione, ha definito il panorama generale e, allo stesso tempo, ha messo in luce il successo ottenuto dall’evento di punta del settore.

L’AI Week, infatti, ha chiuso la sua 5ᵃ edizione, con numeri da record: quasi 8mila presenze, circa 4mila visitatori unici, oltre 2000 incontri di networking organizzati tra le aziende per fare business, più di 15mila accessi nelle sale workshop.

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Il team Ninja è stato presente e protagonista dell’evento di spicco dedicato alle ultime evoluzioni nel campo dell’intelligenza artificiale, con la moderazione nelle due giornate in presenza della sala Workshop 1 del CEO, Mirko Pallera e l’intervista della General Manager, Adele Savarese ad Abran Maldonado, figura chiave nel panorama tecnologico e educativo globale, grazie al suo approccio innovativo sull’utilizzo dell’IA per fini sociali.

L’intervista ad Abran Maldonado: l’AI per lo sviluppo sociale

Il suo importante e dichiarato obiettivo è ridurre il divario tecnologico nelle comunità meno servite attraverso l’educazione e l’empowerment tecnologico.

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La sua vasta esperienza e il suo impegno nel rendere l’IA uno strumento di cambiamento positivo lo rendono un interlocutore di prestigio: “Venivo da un’area completamente diversa rispetto a tutti gli altri che guardavano alla scrittura di contenuti e SEO e generazione di lead. Quella roba non fa per me: io cerco di risolvere problemi“, ha affermato con entusiasmo.

Durante l’intervista, Maldonado ha discusso con noi le sfide correnti e le potenzialità dell’IA, sottolineando come quest’ultima possa trasformare l’accesso alla conoscenza e abbattere le barriere tradizionali all’istruzione e all’informazione.

Il suo intervento ha offerto preziose intuizioni su come le sinergie tra competenze umane e intelligenza artificiale possano generare soluzioni innovative per problemi complessi, ispirando così una nuova generazione di tecnologi e pensatori.

Ecco cosa ci ha detto.

C’è stato un momento particolarmente determinante della tua carriera che ha modellato la tua prospettiva sull’intelligenza artificiale?

Beh, il primo momento importante è stato quando ho ricevuto l’invito per accedere a GPT.

Stavo lavorando molto per aiutare i giovani svantaggiati e in generale la comunità a scoprire che quelle tecnologie che vedono in TV, quello che chiamano fantascienza nei film e nelle serie TV, esistono realmente.

Volevo mettere queste tecnologie nelle loro mani per vedere cosa potessero farne o semplicemente per esporli a qualcosa di nuovo. Portavo loro robot, droni e realtà aumentata e virtuale, e i risultati erano molto positivi.

Poi mi sono avvicinato GPT-2 e avevo già sentito parlare di GPT-3. Ho ricevuto un messaggio dal co-fondatore e CTO di OpenAI che diceva, “Voglio darti accesso al sistema per il lavoro di impatto sociale e comunitario che stai facendo.

Una volta che hanno visto quello che stavo facendo con la loro tecnologia in quella piccola comunità, si sono resi conto che nessuno stava testando GPT da un punto di vista di impatto sociale. Ero l’unico. Quindi, mi hanno proposto “Vogliamo che tu sia un nostro ambassador per via della tua prospettiva unica“.

Ed è allora che ho smesso di sentirmi un impostore. Pensavo, “Ok, non ho una laurea in informatica, non sono andato a Stanford, ma ho comunque una prospettiva unica, quindi appartengo davvero a questo mondo.”

Questo è stato l’inizio, ma poi ho iniziato ad usare quella prospettiva di impatto sociale e ho provato a immaginare come cambiare il mondo e affrontare i problemi reali con l’IA.

Venivo da un’area completamente diversa rispetto a tutti gli altri che guardavano alla scrittura di contenuti e SEO e generazione di lead. Quella roba non fa per me: io cerco di risolvere problemi.

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Dal tuo punto di vista, quali sono oggi i più grandi malintesi o gli aspetti più esagerati dell’IA da parte dell’opinione pubblica?

In realtà ce ne sono molti.

Ad esempio, credo ci sia davvero troppo hype su Sora e sulla generazione dei video, al momento

Ad ogni nuovo rilascio, la società risponde sempre in modo diverso e si approccia in modo completamente diverso alle immagini e ai video, rispetto ai testi.

Probabilmente, come società, rispondiamo diversamente agli stimoli visivi, motivo per cui la TV e i film ci hanno catturato nel modo in cui l’hanno fatto negli ultimi anni, più della parola scritta o dei libri.

Quindi, il risultato è prevedibile. Tuttavia, non credo che le AI in gradi di generare video, come Sora, avranno l’impatto dirompente che la gente crede ci sarà sulla TV e sulla società: credo ci sia ancora davvero molto da fare e non possiamo fare altro che essere pazienti.

L’arte sviluppata con l’AI, ad esempio, è realtà già da due anni, ma non ha fatto fuori le industry. La verità è che, attualmente, non sono molti i posti di lavoro “cancellati dall’AI” e, anzi, è una tecnologia complementare alle professioni. Per i grafici, ad esempio, è diventato un ulteriore strumento, potente, a disposizione, non lo ha affatto sostituiti.

Dunque, uno degli aspetti più “esagerati” è proprio l’eccessivo hype sui singoli rilasci.

D’altra parte, penso che abbiamo appena scalfito la superficie dell’IA generativa e dei RAG, della magia che ottieni soprattutto quando i modelli possono essere addestrati su database verticali.

Pensa a quanto può essere potente l’intelligenza artificiale quando “il suo database” è composto esseri umani esperti e competenti! Non dobbiamo ingannarci e pensare che l’AI generativa faccia tutto da sola, è proprio il contrario: si tratta di individuare gruppi di persone con conoscenze intime di ogni materia e potenziarle con l’intelligenza artificiale.

È come prendere un esperto che magari può contare su 30, 40 anni di esperienza in un settore e dargli dei superpoteri.

Fino a poco tempo fa, prima di Facebook, era impensabile poter condividere un intero album di foto online e ora è la norma praticamente per tutti. Pensa a cosa potremmo fare padroneggiando l’AI generativa.

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Di conseguenza, in che modo ritieni che l’AI trasformerà le abitudini sociali e il comportamento umano? E come possiamo preparaci a questa rivoluzione?

Credo che il primo e più importante cambiamento sarà la democratizzazione della conoscenza. Per molto tempo, nella società, abbiamo costruito barriere all’informazione e alla conoscenza, addirittura trasformandole in modelli di business con le università.

Il risultato è stato che se vuoi crescere e migliorare la tua posizione sociale, hai bisogno di un grande investimento economico per avere accesso alla conoscenza.

Ma cosa accade se la conoscenza diventa libera e fruibile? L’Università, ad esempio, avrà lo stesso peso? Quanto conterà un diploma? I certificati per cui è necessario pagare profumatamente, avranno senso quando ognuno di noi potrà auto-istruirsi in qualunque campo?

Queste barriere all’istruzione stanno per essere abbattute: quello che faremo con questa grande possibilità è, naturalmente, tutto da vedere, ma è probabile che molte persone saranno in grado di scegliere il proprio percorso, che si tratti di una carriera o di una strada creativa.

Prendi Midjourney o Sora: servirà ancora avere le conoscenze giuste, essere “nel giro” di Hollywood per esprimere la propria creatività? No, se vuoi raccontare la tua storia, ora hai tutti gli strumenti per farlo.

Dal tuo punto di vista, in che modo l’intelligenza artificiale sta cambiando il panorama tecnologico?

Il panorama globale, in precedenza, era strutturato intorno ai social media e ai prodotti di consumo. Apple, ad esempio, è uno dei grandi titani, affiancato da altri giganti come le piattaforme di mark Zuckerberg.

Ora, però, il quadro è destinato a cambiare, perché tutto si baserà sui modelli fondamentali e su chi detiene la potenza di calcolo necessaria per costruire questi modelli.

Possiamo quindi immaginare che saranno OpenAI, Google e Nvidia, che controlla gran parte del mercato dei chip.

L’Open Source permetterà a ognuno di noi di costruire la propria piccola istanza di intelligenza artificiale ma la differenza la farà, appunto, la capacità di calcolo e questo influenzerà il nostri business, tutti i business.

Quando il CEO di Nvidia, Jensen Huang, tiene un discorso, puoi vedere chiaramente le quotazioni azionarie fluttuare, semplicemente perché ha fatto un intervento. Si tratta dello stesso “tipo di potere” che aveva Steve Jobs e che ha ancora oggi Bill Gates, solo che questa persona parla di chip, che è un tema tecnico.

Poi, quando Sam Altman parla di cose nuove che sta sviluppando in OpenAI, le sue dichiarazioni hanno un effetto a cascata su tutti gli stakeholder del settore, ma si tratta principalmente di questioni legate alla potenza di calcolo. Dal punto di vista applicativo, invece, c’è tanto che “noi piccoli” possiamo fare: usare l’AI per risolvere problemi legati all’educazione, al cambiamento climatico, alla ricerca medica non è qualcosa che sta davvero avvenendo a livello macroscopico ma più a livello individuale.

Puoi darmi tre previsioni, a breve, medio e lungo termine, sull’evoluzione dei LLM?

Credo che presto arriveremo a un punto in cui ognuno di noi avrà un LLM sul proprio telefono e sarà un cambiamento potentissimo perché rivoluzionerà completamente la questione dell’utilizzo dei dati: non servirà inviare i nostri dati personali a nessuno, rimarranno sul nostro dispositivo, su cui avverrà il calcolo.

Ad esempio, automatizzare alcune attività, creare un riassunto dei messaggi della giornata ricevuti dalla mia famiglia, pianificare il mio calendario, richiederanno una potenza di calcolo molto più piccola rispetto a GPT4, dunque penso che, a breve termine, sarà questo lo sviluppo più prossimo.

A medio termine, ritengo invece che un importante game changer saranno gli agenti, LLM che non si limiteranno a fare qualcosa per nostro conto. Gli agenti si occuperanno di tutta una serie di funzioni contemporaneamente, come prenotare le vacanze, inviare le email, fare la spesa; noi potremo scegliere “il ruolo” che ci piace di più, magari parlare con i nostri studenti o con gli insegnanti dei nostri figli.

Insomma, potremo vivere la nostra vita come umanità mentre le AI si occupano di altro, ma questo sarà possibile solo se ci fideremo della stabilità dei sistemi e non ci volteremo continuamente indietro a controllare che tutto fili liscio.

A lungo termine, suppongo che l’applicazione centrale riguarderà i robot.

Quello che amavo ripetere ai miei ragazzi è che la fantascienza è già reale, compresi automi e macchine volanti; la questione è solo quella di capire come queste soluzioni verranno integrate nella società.

La tecnologia in sé è “la parte facile”, la parte complicata è proprio renderla effettiva nella vita di tutti i giorni. Ad esempio: abbiamo già droni per le consegne e auto a guida autonoma, ma, probabilmente, dovremo attendere 20 anni prima che possano circolare realmente nelle nostre strade.

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Mi ha molto colpito che Elon Musk abbia detto che oggi non dovremmo più insegnare le lingue, perché le AI tradurranno per noi in tempo reale e si tratterebbe di abilità perfettamente inutili.
Cosa insegnerai ai tuoi figli? A programmare o a fare domande tramite prompt?

Nella mia ricerca di metodi educativi, mi sono imbattuto spesso in diversi testi che suggerivano di insegnare le competenze del 21° secolo. Non si parlava certo di Intelligenza Artificiale, si parlava solo delle competenze necessarie per preparare i bambini al futuro.

Un concetto che ho imparato, lo inserisco volentieri nelle mie presentazioni didattiche, è quello delle quattro C: Creatività, Comunicazione, Collaborazione e Pensiero Critico (critical thinking).

Il punto era che, con queste quattro abilità, non importava, in realtà, cosa studiassi o cosa sarebbe successo più in avanti, perché era già ovvio ed evidente che un bambino che 15 anni fa frequentava le scuole elementari, con tutta probabilità avrebbe fatto un lavoro, in futuro, che ancora non esisteva.

Dunque, ciò che contava era padroneggiare “le quattro C” per diventare in grado di adattarsi al futuro in cambiamento.

Anche quando i miei quattro figlie entreranno nel mondo del lavoro, saranno occupazioni nuove, che al momento non esistono. Come genitore e come insegnante, lo scenario è spaventoso, ma li ho già fatti avvicinare, ad esempio, a GPT.

Quello su cui insisto, è che mettano via il loro iPad e imparino a comunicare e interagire con questi strumenti attraverso la voce.

Ad esempio, dico loro di andare a letto e chiedere ad Alexa di raccontagli una storia, di formulare una richiesta da qualunque punto della stanza. Vedo, in effetti che sono molto a loro agio con questa attività e, in realtà, l’intelligenza artificiale imparerà dalla loro voce, valorizzando l’aspetto creativo della richiesta stessa.

In fondo, siamo passati dallo scrivere al non scrivere praticamente più in corsivo, poi smettendo di scrivere a mano e, semplicemente, digitare le nostre istruzioni. Il passo successivo sarà appunto scrivere meno e parlare di più. In parole semplici, comunicare.

D’altra parte, se, in futuro, l’intelligenza artificiale svolgerà molti compiti al nostro posto, permettendoci di dedicarci alle relazioni sociali, saper comunicare tra noi diventerà estremamente rilevante.





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